L'Odissea di Nolan e Il Mulino di Amleto: il segreto astronomico nascosto da Omero
L'idea di raffigurare Omero come un moderno narratore ritmico o un aedo-rapper — proposta da Christopher Nolan nella sua recente trasposizione cinematografica — può far storcere il naso ad una prima lettura superficiale. Tuttavia, racchiude un profondo fondo di verità storica e antropologica.
I miti e i poemi dell'antichità non nascono per la pagina scritta, ma per la performance orale. Gli aedi greci e i bardi celtici memorizzavano ed eseguivano narrazioni complesse servendosi della cadenza, della modulazione vocale e del ritmo, costruendo vere e proprie opere totali. L'Odissea, nell'VIII secolo a.C., ha rappresentato la grande unificazione di racconti e quadri narrativi tramandati per generazioni da regioni e culture differenti: un vero e proprio concept album ancestrale.
Ma c'è un livello di lettura ancora più profondo e coraggioso che emerge nella pellicola e che poggia su una precisa e affascinante tesi saggistica.
La chiave di lettura: De Santillana e "Il Mulino di Amleto"
Nel 1969, lo storico della scienza Giorgio de Santillana e l'etnologa Hertha von Dechend pubblicarono un saggio destinato a rivoluzionare l'interpretazione della mitologia comparata: Il Mulino di Amleto. La tesi fondamentale del testo è che i miti arcaici — dalle epopee nordiche ai testi vedici, dal Kalevala finlandese fino all'Odissea omerica — non siano semplici fantasie primitive, bensì sofisticate capsule del tempo progettate per tramandare un sapere scientifico ed astronomico esatto.
Al centro di questo linguaggio simbolico vi è la figura della macina o del mulino cosmico, metafora della rotazione della volta stellata attorno al proprio perno. Il lento e impercettibile spostamento dell'asse terrestre — il fenomeno astronomico noto come precessione degli equinozi — veniva rappresentato nei miti arcaici come il disassamento del perno del mulino, la rottura dell'albero motore che scandisce il passaggio drammatico da un'era cosmica alla successiva.
Mito ancestrale ──► Linguaggio simbolico (Mulino / Remo ) ──► Calcolo astronomico (Precessione)
I simboli nel film: il remo, il perno e il tempo fuori dai cardini
Nolan inserisce visivamente e strutturalmente questi richiami fin dalle primissime inquadrature, traducendo in immagini i grandi codici dell'astroarcheologia e della letteratura classica:
L'asse inclinato e il remo: L'immagine evocativa dell'asse conficcato tra mare e terra richiama la celebre profezia di Tiresia nell'Odissea. L'indovino impone ad Ulisse un ultimo viaggio terrestre portando un remo in spalla, finché un viandante non lo scambierà per un ventilabro (lo strumento per separare il grano dalla pula prima della macinazione). Il remo e il ventilabro sono chiaramente proiezioni del medesimo elemento assiale cosmico.
Il gorgo e la rottura dei remi: La scena del Maelström e del vortice marino simboleggia l'incavo che si genera quando il perno del mulino si spezza, portando alla consumazione di un'epoca.
I 108 Proci: Il numero dei pretendenti insediati a Itaca rimanda ai calcoli matematici e precessionali ricorrenti nelle architetture e nelle mitologie dell'antichità.
L'archetipo dell'usurpatore e del finto folle: Il ritorno di Ulisse sotto le spoglie di un mendicante o un debole per ingannare gli usurpatori si aggancia direttamente alla figura mitica di Amloði (il prototipo nordico dell'Amleto shakespeariano), proprietario del mulino cosmico che si finge debole per sopravvivere e ristabilire l'ordine.
Un dialogo tra Omero, Dante e il Cinema
Se la materia prima del film rimane saldamente ancorata ad Omero e alle strutture della tragedia arcaica, si scorgono innesti visivi e letterari di straordinaria suggestione:
Il richiamo dantesco: Nel finale, l'annuncio dell'ultimo viaggio di Ulisse verso Occidente ("dove il sole muore") cita la rielaborazione che Dante Alighieri compie nel Canto XXVI dell'Inferno, sovrapponendola con finezza alla profezia omerica di Tiresia.
La Metropolis di Fritz Lang: L'apparizione di Agamennone alle porte di Troia evoca la figura dell'androide del capolavoro di Fritz Lang (1927), segnando il passaggio epocale dalla rocca fortificata della tarda età del bronzo alla nascita della polis.
Christopher Nolan dimostra ancora una volta una profonda sensibilità per la grande letteratura europea. Attraverso lo splendore visivo e sonoro del mezzo cinematografico, la pellicola riesce a scrostare la patina scolastica dal testo omerico, facendo vibrare nuovamente quegli archetipi ancestrali che riposano da millenni nella nostra memoria collettiva.

