The Shining di Kubrick: il traditore Jack finisce nel Cocito infernale

The Shining di Kubrick: il traditore Jack finisce nel Cocito infernale

Oggi torniamo ad occuparci di grande cinema e a decodificare i messaggi messi in bottiglia dai maestri della narrazione. E quando si parla di codici, di simboli e di verità scomode, c'è una figura che svetta su tutte: Stanley Kubrick.

Ci addentreremo tra i corridoi deserti dell'Overlook Hotel del film Shining, ma non per parlare di una semplice storia di fantasmi. Shining non è un horror convenzionale; Shining è un'anatomia spietata del potere e del tradimento. Un tradimento ai danni dell'umanità, i cui indizi sono stati seminati da Kubrick lungo tutto il film Shining.

Allora, di cosa parla davvero Shining? A un primo livello il film ci mostra la violenza dell'Impero Americano. L'Overlook sorge su un antico cimitero indiano, edificato sulle ceneri di uno sterminio. I riferimenti al potere degli Stati Uniti e alla violenza della guerra sono disseminati lungo tutto il film. Un potere che tradisce il legame umano, così come Jack Torrance finisce per tradire il legame con i propri familiari più stretti.

Ma tra le maglie dei tradimenti storici — guerre di sterminio, le carneficine belliche — emerge un'ipotesi ancora più inquietante: il tradimento della fiducia collettiva attraverso la messa in scena e la manipolazione mediatica.

È qui che si innesta la controversa pista delle missioni Apollo. C'è una scena iconica nel film: il piccolo Danny sta giocando sul tappeto esagonale dell'hotel. A un certo punto, dal nulla, rotola verso di lui una pallina. Danny si alza e indossa il famoso maglione con la scritta "Apollo 11" e la ricamatura del razzo che decolla.

Ma guardate bene quella pallina, perché nel romanzo originale di Stephen King la pallina con cui gioca Jack, o che appare nelle visioni, era rossa. Kubrick, con la sua nota cura maniacale per ogni dettaglio, decide di cambiarne il colore, la fa diventare gialla. Ma perché una palla da tennis gialla?

In lingua inglese e nella cultura americana, il termine "lemon" (limone, di colore giallo) indica metaforicamente una fregatura, una truffa, un bidone... un bidone mascherato da affare. Questo legame non è un'invenzione casuale. Prima dei tragici eventi dell'Apollo 1 nel 1967, l'astronauta Gus Grissom, frustrato per i malfunzionamenti del simulatore di volo, staccò un limone da un albero vicino a casa sua e lo appese al simulatore. Poteva essere una protesta verso gli ingegneri perché tenessero il passo, ma negli anni è stato anche interpretato come un voler dire a tutti, senza parlare: "Questa missione è una truffa, è un bidone".

Allora, Kubrick raccoglie quel segnale e cambia la macchina di Jack Torrance, la cambia da macchina rossa a un Maggiolino Volkswagen giallo. Maggiolino reso celebre negli USA proprio dalla leggendaria campagna pubblicitaria intitolata "Lemon". E fa rotolare verso Danny la palla gialla, il limone, lanciata da un fantasma per attirarlo nella stanza 237.

Nella scena, che è una metafora visiva del decollo della missione lunare, Danny si trova posizionato esattamente al centro del motivo esagonale del tappeto, della moquette, che molti hanno ritenuto somigliante alla sagoma della rampa di lancio di Cape Canaveral. E quando la palla da tennis gialla rotola verso di lui, Danny si alza in piedi verticalmente, e questa azione simboleggerebbe visivamente il decollo del razzo Saturn V dalla sua piattaforma di lancio, partendo verso la stanza 237, la quale richiamerebbe le 237.000 miglia di distanza media tra la Terra e la Luna. La distanza media in realtà non è 237.000 miglia, ma 238.800 circa. Può darsi che Kubrick abbia preso il dato di 237.000 miglia dai libri di divulgazione e dai testi scolastici degli anni '60.

Allora, assunte per buone queste ipotesi, a questo punto non ci stupiamo se, giocando con le lettere delle parole "ROOM NUMBER 237" — e non è esattamente un anagramma — possono crearsi parole come "MOON ROOM" o addirittura "NO MOON ROOM".

Nel film, la stanza 237 è il luogo supremo della frode e dell'illusione. In una scena del film, Jack entra nella stanza 237, vede una donna bellissima, la bacia e improvvisamente si ritrova ad abbracciare un cadavere in putrefazione: la metafora perfetta di una grande bugia affascinante che nasconde una realtà orribile.

Dobbiamo dare atto che Kubrick, in un film disseminato di elementi sulla violenza del potere, sul tradimento dei potenti rispetto ai cittadini, ha effettivamente incluso richiami forti alla missione Apollo, il che è inquietante. Non perché io abbia voglia di dire che Kubrick sia stato il regista delle immagini della missione lunare — questa ipotesi la trovo assurda —, ma perché forse Kubrick era a conoscenza di segreti di cui non si poteva e non si può ancora oggi parlare. Segreti che Kubrick ha comunque voluto registrare su pellicola, rappresentandoli senza affermarli esplicitamente, così come Dante potrebbe aver fatto nella Divina Commedia per evitare il rogo come eretico. Come Dante, Kubrick potrebbe aver risposto al bisogno impellente di dire senza dire, di mostrare nascondendo, di fornire allo spettatore un "overlook" non visibile, una visione "wide eyes shut".

Tra i segnali disseminati da Kubrick nel film ed evocativi delle missioni Apollo, abbiamo già detto dei maglioni di Danny e dei disegni geometrici esagonali della moquette dell'Overlook Hotel, ma c'è anche altro. Nell'analisi di ricercatori, come quelle presentate nel documentario Room 237, è stato evidenziato che, nella scena della pallina gialla, attorno a Danny sul tappeto si trovano diverse automobiline e mezzi giocattolo (camion, trattori), i quali sono compatibili con i veicoli di servizio della rampa di lancio. Tra questi spicca anche un modello di Formula 1 che, secondo gli analisti, richiamerebbe in modo subliminale i motori F-1 progettati da Wernher von Braun proprio per il razzo Saturn V.

Nella hall dell'albergo, i giganteschi dipinti indiani evocherebbero la forma geometrica dei missili Saturn pronti a partire. Poi c'è una scena in cui Wendy esegue rigorosi controlli sulla strumentazione dell'albergo, impugnando un manuale come se si trovasse nella sala di controllo di Houston. Inoltre, nella dispensa spiccano strategicamente i barattoli di aranciata Tang, lo sponsor ufficiale delle missioni Gemini e Apollo.

Nella scena in cui Wendy scopre frasi ripetute nei fogli della macchina da scrivere, ci sarebbero ulteriori riferimenti al complotto lunare. La frase che viene ripetuta sui fogli scritti a macchina è: "All work and no play makes Jack a dull boy", un antico proverbio che Kubrick inserisce nella macchina da scrivere e che non troviamo nel libro di Stephen King. La parola "Jack" potrebbe essere associata a JFK, John Fitzgerald Kennedy. John Fitzgerald Kennedy veniva chiamato affettuosamente Jack sia in famiglia che dalla stampa dell'epoca. D'altronde, il protagonista della storia si chiama John Daniel Torrance, detto Jack. JFK è il presidente che nel 1961 ha firmato la "cambiale" della corsa allo spazio, promettendo davanti alla nazione e al mondo di portare l'uomo sulla Luna prima della fine del decennio.

Leggendo la frase sotto questa lente, diventa una sorta di epitaffio o di denuncia subliminale: il programma lunare e l'assenza di un vero gioco (quindi la finzione) trasformano la promessa di Jack/JFK in un vicolo cieco. Se accettiamo la tesi che "A11", con il font della macchina da scrivere, debba leggersi come "A11" (Apollo 11), la frase assume questo significato anche letteralmente.

Kubrick era un perfezionista maniacale: ogni singola pagina è stata pianificata nella sua disposizione geometrica. Se ci sono errori come "DULL BOG" o "DULL BOT", essi sono deliberati. "Bog" in inglese significa palude, pantano; "bot" evoca l'automa che esegue ordini superiori privo di volontà.

La chicca definitiva è che la macchina da scrivere è una Adler Universal. In tedesco la parola "Adler" significa aquila (Eagle). Come si chiama il modulo lunare dell'Apollo 11 che ha toccato il suolo lunare? Esatto, si chiama Eagle.

Il film sarebbe quindi disseminato di richiami all'inganno del potere, all'immoralità del potere, oltre che alla violenza del potere. Un'idea del potere, quella fornitaci da Kubrick in Shining, che è davvero disturbante. E tale disturbante intollerabilità del potere Kubrick ce la mette davanti: a partire dal fiume di sangue, passando per le perversioni disumane, finendo per la bella donna seducente che è un corpo decrepito. L'immoralità, la perdita di ogni etica scandalizza Kubrick, e ciò lo fa capire fin dal suo primo film.

Per capire il modo in cui Kubrick parla del potere possiamo risalire già al suo primissimo lungometraggio del 1953, Fear and Desire. In quel film, quattro soldati precipitosamente caduti dietro le linee nemiche si ritrovano a vagare in una foresta priva di coordinate geografiche o temporali, sommersi dalla follia e dall'istinto di sopravvivenza. Non è un caso che gli studiosi e i critici abbiano notato un parallelismo chiarissimo: quella foresta è la trasposizione cinematografica della selva oscura dantesca. Anche quella selva è lo smarrimento morale, e questo filo conduttore nato nel 1953 trova la sua consacrazione definitiva 27 anni dopo, nel 1980, tra le mura e la neve dell'Overlook Hotel.

Lì, nell'Overlook Hotel, il viaggio che era iniziato nella selva oscura giunge al punto più basso del pozzo infernale, giunge al lago ghiacciato del Cocito, dove sono puniti i peccati più gravi che l'uomo possa compiere, e sono quelli del tradimento. Il punto più basso dell'inferno, "an all-time low" per dirla con David Bowie, dove regna il freddo totale, il congelamento immobilizzante. Lucifero nella base del pozzo infernale, nel punto più basso dell'inferno, è la perfetta rappresentazione al negativo di Dio: mentre Dio dal punto più alto dei cieli irradia amore che imprime movimento e calore e vita all'intero cosmo, Lucifero, nel fondo del fondo dell'inferno, in un luogo dominato dall'assenza di amore, irradia dal suo battere d'ali un freddo assoluto, un gelo che blocca tutto, che immobilizza tutto in un frozen, in un ghiaccio che fotograficamente immortalizza.

Nel finale di Shining, nel gelo in cui finisce il dannato Jack Torrance e nel suo frozen fotografico che lo immortalizza nella foto che chiude il film, troviamo una firma evidentemente dantesca. E sono ancora più convinto di tale ispirazione dantesca se penso che nel finale del film Shining Kubrick cambia strutturalmente, radicalmente quanto narrato nella fonte letteraria. Nel romanzo di Stephen King l'Overlook Hotel finisce distrutto dalle fiamme: la caldaia nel seminterrato esplode e il fuoco purifica e devasta ogni cosa, il male brucia. Kubrick rifiuta categoricamente questo epilogo, cancella il fuoco e si affida al gelo del fondo più buio dell'inferno di Dante.

Vediamo quindi la tempesta di neve, il labirinto ghiacciato, e vediamo Jack Torrance che muore assiderato, congelato sulla neve e frozen immortalato nella foto finale. È chiaro perché Kubrick non ha finito nel fuoco la trama del film Shining. È chiaro perché questa metafora del potere e del tradimento finisca con Jack Torrance congelato dal freddo e frozen immortalato in uno scatto fotografico. Se pensiamo, come vi ho detto, a Dante Alighieri, tutto torna: nel fondo dell'inferno dantesco, nel nono cerchio, non ci sono le fiamme, c'è il Cocito, un immenso lago di ghiaccio perenne alimentato dal soffio delle ali di Lucifero. È lì che Dante colloca la punizione per i peccatori più abietti: i traditori. I traditori dei parenti, i traditori della patria, i traditori degli ospiti, i traditori dei benefattori.

Jack Torrance è il traditore per eccellenza: cede alle lusinghe del potere dell'hotel, diventa parte di quel potere immorale e traditore che ha tradito i legami di solidarietà umana e di lealtà, che ha tradito i trattati di pace con popoli che sono finiti sterminati. Jack volta le spalle addirittura alla propria carne, al proprio sangue, tenta di massacrare la moglie e il figlio. E come punizione per il suo tradimento Kubrick non gli concede la catarsi del fuoco, ma lo sprofonda nel ghiaccio del Cocito. Jack appare come un dannato congelato nel Cocito e al tempo stesso diventa un Minotauro o un Minosse congelato: quel Minotauro che richiama la violenza bestiale del potere e richiama la violenza bestiale manifestata dallo stesso Jack Torrance; quel Minotauro che infatti Dante ha posto come guardiano dell'inferno nel cerchio dei violenti. O, se pensiamo al ruolo di Jack nell'hotel, potremmo associare quel labirinto gelato a Minosse, l'effettivo proprietario del labirinto, Minosse a cui Dante ha affibbiato un ruolo burocratico-meccanico all'inizio dell'inferno, non risparmiandogli grottesche fattezze bestiali e mostruose.

Minotauro o Minosse che sia, Jack lo ritroviamo frozen, intrappolato per sempre nel labirinto fuori dell'hotel — hotel che è pure esso stesso un labirinto — e lo troviamo immortalato per sempre nella foto che chiude il film.

Nella chiusura del film, Kubrick sferra il suo ultimo e inquietante colpo di coda. L'ultima inquadratura del film non ci lascia la neve: la macchina da presa scivola lenta lungo le pareti dell'hotel fino a stringere su una fotografia d'epoca. Al centro di un elegante ballo di gala, sorridente in abito da sera, c'è Jack Torrance. La dicitura in calce recita: "Overlook Hotel - Ballo del 4 luglio 1921".

"Frozen" in inglese vuol dire ghiacciato, ma anche immortalato in uno scatto fotografico, bloccato nel tempo. È una corrispondenza d'effetto, un corto circuito temporale. Jack Torrance dannato, bloccato nel tempo, frozen immortalato a quel 1921.

E ora chiudiamo con la scelta di questo 1921. Devo essere sincero: è un anno, questo 1921, che non dà nessun indizio a ipotetici richiami al potere, a guerre o a tradimenti. Se proviamo a cercare connessioni numerologiche non si sortisce nulla: proviamo a fare 1921 meno l'anno dell'indipendenza americana (concetto richiamato da quel 4 luglio), allora 1921 - 1776 = 145, un numero non associabile a nulla di significativo. Il 1921 non è una data casualmente legata a nulla di ciò di cui abbiamo parlato finora.

Però è ugualmente una corrispondenza densa di significato simbolico, perché nel 1921 venne immortalato in un film, venne registrato su pellicola, il prototipo di quel Jack Torrance che mezza... distrugge la porta in una scena di Shining, quella scena che è rimasta immortale e che è l'immagine simbolo del film fin dalla sua uscita. Sì, perché appunto il 1921 è l'anno di uscita del capolavoro del cinema muto svedese Il carretto fantasma (The Phantom Carriage) del regista Victor Sjöström. E la trama di questo film del 1921 narra di un uomo violento e alcolizzato che muore a mezzanotte dell'ultimo dell'anno ed è condannato da un contratto soprannaturale a guidare il carretto della morte per raccogliere le anime.

Perché vi ho detto che l'anno 1921, anzi che questo film del 1921 è legato al prototipo di Jack Torrance? Ve l'ho detto perché in quel film del 1921 c'è la sequenza in cui il marito e padre violento prende un'ascia e fa a pezzi la porta di legno per avventarsi sulla moglie e di figli. Kubrick ha letteralmente clonato quella scena in Shining.

Scegliendo la data del 1921 nella foto finale, il maestro potrebbe aver lasciato la sua firma d'autore definitiva: un tributo filologico alle origini del cinema e una confessione al tempo stesso. La confessione del contratto faustiano, diabolico, che il potere (e chiunque intralci col potere) ha firmato col diavolo, e che vincola inesorabilmente a un ruolo meccanico, esecutivo, di guidatore di un carretto fantasma che raccoglie povere anime.

Tra chi accetta di venire a patti con il potere possiamo includere anche il regista Kubrick? O Kubrick sta solo mettendoci in guardia? E se ci stesse confessando che come regista di successo è condannato a veicolare messaggi? In fondo cos'è quel bigliettino che ha in mano Jack immortalato nella foto? Messaggi che mietono vittime, vittime che sarebbero vittime del potere e della sua bugiarda e traditrice propaganda?

Quando Wendy propone a Jack di lasciare l'hotel perché stanno impazzendo, lui esplode in una rabbia furiosa, una roba spaventosa, e le urla contro: "Hai la più pallida idea di cosa sia un contratto? Hai idea delle responsabilità che mi sono preso o degli obblighi verso i miei datori di lavoro?".

Il che ci lascia un'ultima domanda senza risposta: Kubrick ci sta solo svelando l'aspetto orribile e decrepito del potere, o ci sta anche facendo una confessione?

Author

Marco

Mi chiamo Marco, vivo nella Tuscia viterbese, dove sono nato e cresciuto. Una terra intrisa di storia fino agli strati più profondi. Tra i miei interessi principali ci sono le tecnologie digitali, il cinema proiettato su schermo, i Beatles, l'astronomia e la Divina Commedia.