L'aspetto parodistico e comico della porta dell'Inferno

L'aspetto parodistico e comico della porta dell'Inferno

Porta dell'Inferno

I primi versi del terzo canto dell'Inferno, quelli cioè in cui Dante riporta le parole incise sulla porta dell'inferno, ricordano quei testi gnostici che utilizzano ripetutamente la formula "Io sono" (spesso in forma di paradossi o autorivelazioni divine) e che sono tra i documenti più affascinanti rinvenuti nei codici di Nag Hammadi.

Tre sono i testi principali in cui questa formula è centrale:

1. Il Tuono, Mente Perfetta (Bronté)

È uno dei testi più affascinanti del lotto scoperto a Nag Hammadi. È il testo più celebre per quanto riguarda l'uso ossessivo e poetico dell'"Io sono". La voce narrante è una divinità femminile (spesso identificata con Sofia) che parla attraverso una serie di paradossi per scuotere la coscienza del lettore [1, 2]. Il tenore del testo è il seguente:

  • "Io sono la prima e l'ultima. Io sono la venerata e la disprezzata."
  • "Io sono la prostituta e la santa. Io sono la sposa e la vergine."
  • "Io sono la madre e la figlia." [1, 3]

2. Protennoia Trimorfica

In questo testo (anch'esso tra i codici di Nag Hammadi), la "Prima Pensata" di Dio si rivela in tre forme. La formula "Io sono" serve a definire la sua natura cosmica e la sua presenza in ogni cosa [4, 5, 6]. Il tenore del testo è il seguente:

  • "Io sono la Protennoia, il Pensiero che abita nella Luce."
  • "Io sono il movimento che risiede nel Tutto."
  • "Io sono la vita della mia Epinoia (pensiero) che dimora dentro di ogni forza." [5]

3. Vangelo di Tommaso

Sebbene meno strutturato come litania, questo vangelo apocrifo (giunto a noi in forma completa grazie ai rinvenimenti di Nag Hammadi) contiene "logia" (detti) in cui Gesù usa l'autoidentificazione per indicare la propria natura onnipresente: [7, 8]

  • "Io sono la luce che sovrasta tutti loro. Io sono il tutto: tutto è uscito da me e tutto è tornato a me."

Perché questa formula?

Nello gnosticismo, l'uso dell'"Io sono" (in greco ego eimi) non è solo una citazione biblica (si pensi all'episodio biblico del roveto ardente o alle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni), ma uno strumento per esprimere tre cose: una rivelazione, un paradosso e un risveglio.

  • Rivelazione: e cioè manifestare la divinità nascosta nel mondo materiale.
  • Paradosso: e cioè dimostrare che il divino trascende le categorie umane (bene/male, onore/disonore).
  • Risveglio: e cioè invitare chi ascolta a riconoscere la "scintilla divina" (l'Io sono) dentro di sé. [9, 10]

[1] https://www.pangea.news [2] https://www.gironi.it [3] https://www.instagram.com [4] https://it.wikipedia.org [5] https://it.scribd.com [6] https://www.alessandromanzoni.org [7] https://www.youtube.com [8] https://ignotascintilla.wordpress.com [9] https://www.indiscreto.org [10] https://www.sentieridimontagna.it

Ai tempi di Dante (1265-1321), i Vangeli gnostici propriamente detti (come il Vangelo di Tommaso o il Vangelo di Maria) e in genere i testi rinvenuti a Nag Hammadi non erano conosciuti né circolavano come testi leggibili. [1, 2]

Dobbiamo quindi fare una fondamentale distinzione tra ciò che era noto ai tempi di Dante e ciò che è stato scoperto solo secoli dopo:

1. La riscoperta moderna (Nag Hammadi)

La stragrande maggioranza dei testi gnostici fu perduta o distrutta già nei primi secoli del Cristianesimo a seguito della condanna come eresia. La loro esistenza è tornata alla luce solo in epoca moderna, in particolare con il ritrovamento della biblioteca di Nag Hammadi nel 1945. Dante, dunque, per quanto ne sappiamo, non poteva aver letto questi manoscritti.

2. Cosa conosceva Dante: gli "Apocrifi" comuni

Dante conosceva invece alcuni vangeli apocrifi (che non sono necessariamente gnostici) molto diffusi nel Medioevo attraverso raccolte come la Legenda Aurea di Jacopo da Varazze. Questi testi influenzarono l'arte e la letteratura del tempo, fornendo dettagli non presenti nei vangeli canonici su: [3]

  • L'infanzia di Maria e di Gesù (dal Protovangelo di Giacomo).
  • La discesa di Cristo agli Inferi (dal Vangelo di Nicodemo), tema che risuona profondamente nella struttura della Divina Commedia. [4]

3. La conoscenza indiretta tramite gli eresiologi

Dante poteva avere una conoscenza indiretta delle dottrine gnostiche leggendo le opere dei Padri della Chiesa (come Sant'Ireneo o Sant'Agostino), che citavano frammenti di testi gnostici solo per confutarli e condannarli. Per Dante, queste idee rappresentavano l'errore dottrinale da evitare, non una fonte di verità spirituale alternativa.

4. Ipotesi esoteriche

Come sappiamo alcuni studiosi hanno ipotizzato che Dante facesse parte di sette segrete (come i Fedeli d'Amore) che avrebbero conservato tradizioni sapienziali simili alla gnosi. Sulla scorta di tali teorie, che rimangono controverse, non accettate a livello accademico e prive di riscontri prove testuali, potrebbe anche ipotizzarsi che Dante abbia avuto accesso ai testi gnostici originali e ad essi si sia ispirato.
[1] https://www.adelphi.it [2] https://www.reddit.com [3] https://www.eastjournal.net [4] https://www.filodiritto.com

Se rimaniamo però ai dati storiografici certi, dobbiamo affermare che Dante non poteva aver letto il testo Tuono, Mente Perfetta (o simili manoscritti di Nag Hammadi), perché quei testi erano ancora sepolti nelle sabbie dell'Egitto, da dove sarebbero riemersi solo nel 1945.

Il fatto che ci siano somiglianze nello stile della prosopopea divina (la divinità che parla in prima persona definendosi attraverso paradossi o "Io sono") ha anche delle spiegazioni filologiche molto banali senza dover ricorrere alle affascinanti teorie delle conoscenze esoteriche di Dante:

1. La fonte comune: La Bibbia e la Sapienza

Dante, infatti, poteva tranquillamente attingere a litanie di "io sono" e di auto descrizione da parte della divinità, che sono presenti nei Libri Sapienziali della Bibbia (Proverbi, Sapienza, Ecclesiastico), e che erano parte integrante della cultura medievale.

  • Per esempio: Nel libro dei Proverbi (8, 22-31), la Sapienza parla in prima persona: "Il Signore mi possedette al principio delle sue opere...".
  • Questo stile autorevole e paradossale è lo stesso che influenzò gli autori gnostici e potrebbe aver influenzato anche Dante nella stesura del suo poema.

2. La struttura dei "Nomi Divini"

Oltre ai libri sapienziali della Bibbia, Dante conosceva profondamente anche le opere dello Pseudo-Dionigi l'Areopagita (come De divinis nominibus). In questi testi, Dio viene descritto attraverso l'affermazione di tutti i nomi e, contemporaneamente, la loro negazione (teologia negativa). Questo crea un effetto retorico di solennità e paradosso molto simile a quello gnostico, pur restando nell'ortodossia medievale. [1]

3. La Sapienza Personificata

Dante inoltre, pur non conoscendo direttamente le opere di Plotino, aveva però conoscenza del neoplatonismo, grazie a quanto tramandato da autori cristiani e medievali come Sant'Agostino e il testé citato Pseudo-Dionigi, e sulla scorta di tale tradizione filosofica (che è una matrice presente anche nello gnosticismo) nella Vita Nuova e nel Convivio, Dante personifica la Filosofia o la Donna Gentile in un modo che ricorda molto la Sophia gnostica. Quando queste figure parlano, usano un tono trascendentale e assoluto.  [2, 3]

4. L'esempio del Paradiso

Sempre nella poetica di Dante, e in questo caso nel Nel Paradiso, ci imbattiamo dell'Aquila composta dalle anime dei giusti che nel cielo di Giove (Canto XIX), parla in tono solenne usando il singolare "Io" pur essendo formata da una collettività di anime. Quel registro di autorità assoluta ("Io vidi e udii...") ricalca la solennità delle rivelazioni divine che si trovano anche nei testi gnostici, ma la fonte di Dante sembrerebbero essere qui le visioni profetiche di Ezechiele e l'Apocalisse di Giovanni, senza bisogno di scomodare i testi gnostici. [4, 5]

In sintesi, la somiglianza con i testi gnostici di Nag Hammadi non deriva forse da una lettura segreta, ma dal fatto che Dante e gli gnostici attingevano entrambi allo stile profetico mediorientale e alla metafisica greca, che usano la prima persona per esprimere verità eterne.
[1] https://journals.sagepub.com [2] https://www.raicultura.it [3] https://www.finarte.it [4] https://muse.jhu.edu [5] https://it.wikipedia.org

Facciamo un passo avanti. 
La scritta sulla porta dell'inferno "per me si va" eccetera potrebbe essere una parodia, quasi comica, della prosopopea divina? Un effetto parodistico, ridicolizzante che ritroveremo più avanti con Minosse, preso in giro da Dante poeta che lo ritrae come un grottesco burocrate?
Forse sì. Forse stiamo toccando un punto chiave della tecnica narrativa di Dante: l'abbassamento stilistico attraverso la parodia delle forme sacre.

Vedere la scritta sulla Porta dell'Inferno come una "prosopopea pomposa" o una parodia della voce divina ha basi molto solide:

1. La "Contro-Creazione"

Mentre Dio dice "Ego sum" (Io sono), la Porta dice "Per me" (Attraverso me). È un'appropriazione indebita del linguaggio divino. La Porta parla come se fosse un'entità dotata di volontà, ma è solo un manufatto, un oggetto inanimato che "scimmiotta" la solennità creatrice. Che scimmiotta l'affermazione di essenza, con l'affermazione del suo ruolo strumentale e passivo. 

2. Il registro dell' "Eterno"

Inoltre, la ripetizione anaforica (Per me... per me... per me) ricalca lo stile degli inni liturgici, e in questo contesto di disperazione e assenza di Dio l'effetto parodistico e di imitazione degradata è evidente.

3. La parodia di Minosse e del Male

Come per Minosse due canti dopo (Minosse che ringhia e si attorciglia la coda come un impiegato infernale grottesco), la porta dell'Inferno è un esempio di "pomposità degradata" che ricorre ancora altre volte nell'inferno:

  • basti pensare a Pluto che bofonchia parole senza senso (Pape Satàn... eccetera).
  • Lucifero stesso, descritto come una gigantesca macchina masticatoria, e che è la parodia suprema della Trinità (tre facce, ma mostruose e silenziose).

4. L'effetto "Comico" (nel senso medievale)

L'effetto comico quindi potrebbe ricorrere qui in questo inizio di terzo canto, in questa cantilena chiacchere e distintivo della porta dell'inferno, stando comunque sicuri che l'effetto comico, se non anche qui, ricorre comunque più volte nell'opera che Dante chiama appunto  Comedìa e che alterna registri alti e bassi, concentrandosi questi ultimi proprio nella prima cantica, quella dell'Inferno. 

Author

Marco

Mi chiamo Marco, vivo nella Tuscia viterbese, dove sono nato e cresciuto. Una terra intrisa di storia fino agli strati più profondi. Tra i miei interessi principali ci sono le tecnologie digitali, il cinema proiettato su schermo, i Beatles, l'astronomia e la Divina Commedia.